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Cifra restituita dall'inizio della XII legislatura

Una grande sfida per l’Europa e per il futuro dei cittadini

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di Angelo Primiani
(portavoce M5S in Consiglio regionale)

In questi giorni si fa un gran parlare della bocciatura, da parte della Commissione Europea, della manovra fiscale proposta dal Governo italiano, e in particolare delle motivazioni date dal commissario Moscovici per giustificare tale giudizio. Tra le valutazioni esposte (quasi tutte di carattere politico, non tecnico) vi sarebbe una forte esposizione debitoria dei cittadini italiani, così riassunta: ‘Ciascun italiano, anche quello che sta nascendo in questo momento, ha un debito pubblico di 37mila euro’. Una frase di grande effetto, che ha trovato ampio spazio sui quotidiani nazionali, senza che nessun editoriale o articolo spiegasse compiutamente il significato di quella dichiarazione (quantomeno parziale!).

Se è vero, infatti, che ‘ogni italiano ha 37mila euro di debito’, è altrettanto vero che tutti i cittadini italiani, insieme, detengono il 60% del debito pubblico. Ciò vuol dire che i primi creditori dello Stato sono proprio i cittadiniogni italiano, alla nascita, è in credito verso lo Stato di almeno 24.000 euro.  Ovvero, il debito netto pro capite ammonta a circa 13.000 euro, in linea cioè con quello degli altri Paesi dell’eurozona: nella virtuosa Germania, ad esempio, il debito del nascituro è pari a circa 20mila euro pro capite.

Ma cos’è, infine, questo debito pubblico che tanto affligge la Commissione europea, e che sempre più spesso viene utilizzato come strumento per condizionare le scelte economiche e fiscali dei Governi nazionali? Il debito pubblico altro non è che la quota di risparmio che lo Stato italiano chiede ai propri cittadini per pagare infrastrutture e servizi ricevuti.

Nel caso specifico dell’Italia poi, i servizi e le infrastrutture offerti dallo Stato vengono pagati direttamente attraverso la leva fiscale (non vi sarà sfuggito che siamo il Paese più virtuoso d’Europa avendo ‘inanellato’ 26 degli ultimi 27 bilanci annuali in avanzo primario).

Ciò che interessa a questa Europa (tecnocratica e a trazione franco-tedesca) è la crescita del debito pubblico italiano, non la sua sostenibilità (purtroppo).

Su questo fronte si scontrano due visioni di politica economica. Da un lato la visione eurocratica dei ‘falchi’, cioè di coloro che ritengono che l’Italia dovrebbe puntare al modello di sviluppo del rigidismo economico, come avviene nel virtuosissimo stato del Botswana che ha un rapporto debito/pil del 22,3% ed un rating Moody’s pari ad A2.
Dall’altro la visione di chi, anche ritenendo necessaria una progressiva e costante diminuzione del debito, chiede un margine di flessibilità per finanziare politiche che diano impulso alla crescita e che soprattutto riportino un minimo di equità sociale.

Quest’ultima visione nasce proprio dalla constatazione che le politiche di rigidismo fiscale (austerity) degli ultimi anni non hanno affatto generato crescita e, proprio per questo, hanno contribuito a far aumentare il rapporto tra deficit e Pil.

Apro una parentesi: l’Europa che tutti conosciamo, quella voluta da Adenauer, Spinelli e Schuman (successivamente evolutasi nei Trattati europei), non ha mai sostenuto un‘Unione europea che avesse come modello di sviluppo quello implementato in Botswana (cioè rivolto al plauso dei mercati finanziari e delle agenzie di rating, con un altissimo costo umano).

Il Sole24Ore, in un editoriale di Vito Lops, ricorda che l’Italia ha un attivo commerciale pari a 50 miliardi di euro annui e 60 miliardi annui di saldo delle Partite Correnti. Un dato ‘specifico’ che ci pone sul podio dei Paesi più virtuosi d’Europa insieme alla Germania e all’Olanda.
Questo dato evidenzia che l’Italia vive ampiamente al di sotto delle sue possibilità e che il ‘Sistema Italia’ è anzi creditore netto nei confronti del resto del mondo (e forse anche della Francia di Macron e di Moscovici cronicamente in passivo nella bilancia commerciale) come ‘un’Argentina qualsiasi’.

Tutto questo chiarisce che il rapporto debito/Pil può valutare solo una piccola parte della stabilità finanziaria di un Paese: oltre al debito pubblico esiste anche quello privato, il che significa che se la bilancia commerciale è in passivo cronico e lo Stato ha un basso debito pubblico, i crediti per finanziare la bilancia commerciale sono nascosti nel settore privato.
Solo miscelando tutti questi ingredienti si potrà quantificare il reale stato di salute dell’economia del Paese: è limitante giudicare la rischiosità o la credibilità di uno Stato solo in funzione del rapporto debito/Pil.

E se tutto questo fosse contemplato dalle regole di Maastricht?

Ecco la sfida che si aprirà nei prossimi mesi: da un lato la rigida tutela delle regole e degli interessi acquisiti, dall’altro la volontà di rivedere l’intera architettura politica ed economica dell’Europa cercando nuove strade che contribuiscano alla crescita solidale di tutti i 27 Stati membri.

Il primo banco di prova saranno le elezioni europee del 2019. Esse dovranno necessariamente fondarsi sul dualismo esistente tra la visione conservatrice (a trazione franco-tedesca), la quale spinge per l’applicazione di regole parziali, e una visione riformista volta a ristrutturare l’architettura dell’eurozona, sanare gli squilibri e puntare finalmente alla crescita, superando il fiscal compact e archiviando la stagione dell’austerità (partendo proprio dalla revisione delle regole economiche e fiscali contemplate dal Trattato di Maastricht).

Il punto di arrivo dovrà essere una Unione Europea federalein grado di garantire crescita e sviluppo ma anche equità e solidarietà tra gli Stati, che sia legittimata da cittadini e da partiti direttamente eletti, che abbia una Commissione finalmente intesa come l’esclusivo Governo europeo.

Si tratta di un processo culturale prima che politico, un processo che necessita di anni per superare le resistenze di singoli stati e di singoli partiti nazionali, gli stessi che hanno già frenato lo sviluppo di un intero continente. Di sicuro, le prossime elezioni europee potranno essere una valida occasione per imporre questi temi e cercare di tracciare un solco ben definito in questa auspicata direzione.

E infine un’osservazione: il Botswana avrà anche il plauso e l’ammirazione dei ‘reverendissimi’ mercati finanziari, ma va sottolineato che in quel Paese non c’è un servizio sanitario nazionale capillare e universale come in Italia o in Francia, il 30% della popolazione è affetta da Aids e il 40% vive con meno di 2 dollari al giorno.

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